Adesso che sono un uomo

(di Angela Palumbo I A Biologico)


… Avevo soltanto dodici anni quando mio padre morì, dodici anni e neanche un centesimo in tasca. Vivevamo in una piccola casa, anzi non era una casa, era un'angusta stanza fredda, buia e umida. Mio padre e mia madre coltivavano un pezzo di terra. Ricordo come fosse stato ieri il giorno in cui morì mio padre. Pioveva quella mattina del 2 dicembre 1998. Andai a scuola come tutti i ragazzini della mia età, osservando gli altri che avevano le scarpe nuove e i vestitini firmati. Non nascondo di aver qualche volta fantasticato su come sarebbe stata la mia vita se fossi nato in una famiglia ricca. Forse non ne avevo il diritto, ma ero arrabbiato con mio padre, era colpa sua se i miei piedini erano eternamente freddi e se possedevo soltanto due vestitini; ed era colpa sua se non avevo amici, se tutti coloro che incontravo per strada mi osservavano con occhio sinistro come se avessi la lebbra addosso. Ma quando tornavo in me e ci pensavo meglio, capivo che i miei genitori avrebbero voluto darmi molto di più. Io aspiravo a diventare un medico, un medico ricco s'intende. Era il mio sogno nel cassetto e non ne parlavo con nessuno per paura d'essere deriso da mio padre, fermamente convinto che l'unica fonte di guadagno per noi era la terra; ed io mi chiedevo fino a che punto avrei sopportato quelle sciocche parole.
Quel giorno…pioveva a dirotto.
Continuavo a pensare al raccolto ormai perduto e alle bestemmie di mio padre, impotente di fronte alla volontà dello "splendore celeste" , alla mamma che avrebbe continuato a sopportare ancora un uomo violento e pericoloso… Sussultai al rombo di un tuono ed il mio pensiero raggiunse il raccolto e mio padre. Ancora oggi non riesco a spiegare cosa successe, quella strana sensazione fece rabbrividire il mio piccolo corpo. Ero soltanto un bambino, un innocente bambino che presto, prima di quanto avesse mai creduto, avrebbe dovuto affrontare il periodo più difficile della sua vita. Stavo male, soltanto al pensiero di dover digiunare ancora un'altra volta, il mio stomaco cominciava a brontolare ed il mio corpo, flessibile e magro come una foglia al vento, veniva da mia madre interpretato come una costituzione ereditaria. Ma quale ereditarietà, io avevo fame. Tornai a casa, saltellando da un portico all'altro, per non bagnarmi, ma quando arrivai a casa ero fradicio sino alla punta dei capelli. C'era silenzio, uno strano silenzio. La pioggia continuava a cadere sulle piante, su ciò che restava delle piante. Mi precipitai a casa e, spalancando la porta, chiamai mia madre. Non c'era nessuno. Uscii dal retro, era lì che mio padre coltivava le sue delicate patate; sicuramente si trovava lì a sbraitare per la perdita del raccolto. Qualcuno piangeva. Non riuscivo più a respirare. Sbarrai più volte gli occhi, incredulo. Qualcosa trafiggeva il mio cuore con un pugnale. I miei due fratellini erano seduti in un angolo, non parlavano, non fecero niente quando mi videro. Mia madre piangeva, si lamentava sul corpo di un uomo.

Non volevo credere che quell'uomo fosse mio padre, non volevo. Non so quanto tempo passò prima che mia madre si accorgesse di me. Il corpo di mio padre era freddo, rigido e aveva uno strano colore. Non ricordo più niente o forse non voglio rivivere quei momenti, mi fanno troppo male e vorrei dimenticare tutto, adesso che sono un uomo.
Solo più tardi mia madre mi spiegò che mio padre era stato colpito da un fulmine mentre cercava di riparare quelle dannate patate. Solo ora mi pento d'avercela avuta con lui, di averlo criticato in ogni occasione. Mi chiedo se la fonte dei
guadagni della mia famiglia sia stata più importante della vita di mio padre, che sarebbe stato felice di sapere che ora studio medicina.


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