Lui e noi
Home Page/La favola della vita/Web studentiSotto un cielo nero, le gocce della pioggia scivolavano sul vetro della mia finestra come lacrime oramai stanche di essere versate e risuonano come un tormento dentro di me, come un rimprovero per non aver fatto di tutto per accettare la sua fiducia. Quella rinuncia alla nostra amicizia della quale nel suo piccolo aveva tanto bisogno. Sotto questa tempesta la sua immagine, appariva stanca e or mai prima di forse, con ancora il sorriso sulle labbra e con gli occhi lucidi di chi come lui è aggrappato allultima sottile speranza che non voleva sprecare inutilmente e con la sua ora mai svelata, ma in accettata fragilità. Eppure riusciva a mascherare ciò con una certa quiete e tranquillità, quando dopo aver varcato la porta dellaula sedeva su quel banco dal color così nitido, pulito e così trattato come fosse nuovo, quel banco che nella sua trasparenza veniva curato e accudito come la vita che gli è stata negata. Quel banco al quale dedicava tutte quelle attenzioni che forse avrebbe voluto dedicate a se stesso se soltanto ne avrebbe avuto lopportunità.
Ora su quel banco cè una scritta che racchiude il suo ricordo: " Noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscere Matteo, le sue qualità e la sua forza, proprio per il rispetto che gli dobbiamo cercheremo di farne un modello del suo ricordo. Mancherà tanto a tutti noi ma resterà vivo nei nostri cuori. Il nostro cuore è con lui. La classe! ". Ma cosa ci faccio qui, a macchiare questo foglio bianco, di verità che non mi appartengono di dolore, e nessuno può sapere di cosa fosse fatto quel mistero che avvolgeva la sua vita quel mistero al quale cercava di attribuire una spiegazione, dal quale lui voleva conoscere la verità. Non si dava una ragione, o meglio non me la dò io tuttora. Nessuno può conoscere il principio e la fine delle cose, ma se la gioia più grande è mettere al mondo un figlio, a cosa serve poi vederlo soffrire e patire in un letto e lentamente vedergli chiudere per sempre gli occhi. E mentre si allontana, immaginarlo fra le lacrime che scivolando accarezzano il mio volto, come consolarlo. Immaginare quello che avrebbe fatto se solo avesse potuto; immaginarlo sorridere e gustare anche per un attimo quel sorriso con soddisfazione, per qualcosa che lo avrebbe reso felice. Invece di sforzarsi a dipingere sul suo volto un falso sorriso, solo per dare speranza e coraggio alle persone che lo circondavano. Quel distacco che dimostrava nei nostri confronti, quella timidezza che aveva mascherato dietro un velo così sottile che aveva tanta voglia di strappare, quel rifiuto di far parte della nostra vita, mi faceva paura.
Quellatteggiamento così aggressivo e spesso arrogante che lo costringeva ad una doppia identità, non provava nemmeno un attimo a farci partecipe del suo dolore, forse perché sapeva che in realtà non avremmo potuto capire cosa stesse provando.
A volte mi fermavo ad osservarlo durante la lezione, nei suoi gesti e nei suoi grandi occhi marroni riuscivo a vedere la voglia che lui aveva di imparare, di conoscere, o almeno di assaporare la storia della vita che cercava di rispecchiare in se stesso tra i gesti di ognuno di noi. Fare finta che tutto questo non sia successo anche per un attimo non servirebbe a nulla dalla crudele realtà di questo mondo non si può scappare, ma se questo che mi spetta non so se sarò in grado daffrontarlo o peggio ancora accettare quella che spetta a colore che mi circondano, ma per adesso preferisco vivere va mia vita come una favola, senza il rimpianto di non aver consumato lultimo sorriso.
Federica Mazzotta