La verità


Un marito finge di ignorare il tradimento della moglie, per non essere costrettoo alla vendetta, come esige la morale tradizionale siciliana dell’onore offeso. Ma, scoppiato lo scandalo, cioè divenuta pubblica la cosa, il marito non può fare a meno di uccidere. Al processo balza fuori il paradosso, perché l’avvocato difensore vorrebbe dimostrare il movente passionale, mentre il pubblico ministero sostiene che l’imputato conosceva il tradimento: infatti l’accusato si alza e confessa la verità. Perciò viene condannato.

Man mano si fa strada la versione della verità dei fatti secondo Tararà : " nella vita c’era la giustizia, come per la campagna le cattive annate.E la giustizia, con tutto quell’apparato solenne di scanni maestosi, di tocchi,di toghe e di pennacchi, era per Tararà come quel grande molino a vapore, che s’era inaugurato con una gran festa l’anno avanti. Visitandone con tanti altri curiosi il macchinario, tutto quell’ingranaggio di ruote, con quel congegno indiavolato di stantuffi e di pulegge,Tararà, l’anno avanti.s’era sentita sorgere dentro e a mano a mano ingramdire, con lo stupore la diffidenza. Ciascuno avrebbe portato il suo grano a quel molino; ma chi avrebbe poi assicurato agli avventori che la farina serebbe stata quella stessa del grano versato? Bisognava che qualcuno chiudesse gli occhi e accettasse con rassegnazione la farina che gli davano.

Così ora, con la stessa diffidenza, ma pur con la stessa rassegnazione, Tararà recava il suo caso nell’ingranaggio della giustizia.

Per conto suo, sapeva che aveva spaccatp la testa alla moglie con un colpo d’accetta, perché ritornato a casa fradicio e inzaccherato, una sera di sabato, dalla campagna sotto il borgo di Montaperto nella quale lavorava tutta la settimana da garzone, aveva trovato uno scandalo grosso nel vicolo dell’arco di Spoto, ove abitava, su le alture di san gerlando.

Poche ore avanti, sua moglie era stata sorpresa in flagrante adulterio insieme al cavaliere Agatino Fiorìca.

Il vicinato non aveva potuto nascondere a Tararà la sua disgrazia".

" – Nossignore, Eccellenza. La colpa non è stata neanche di quella povera disgraziata. La colpa è stata della signora… la moglie del signor cavalier Fiorìca, che non ha voluto lasciare le cose quiete. Che c’entrava, signor presidente, andare a fare uno scandalo così grande davanti alla porta di casa mia, che finanche il selciato della strada, signor presidente, è diventato rosso dalla vergogna a vedere un degno galantuomo, il cavalier Fiorìca, che sappiamo tutti che signore è, scovato lì, in maniche di camicia e coi calzoni in mano, signor presidente, nella tana d’una sporca contadina? Dio solo sa, signor presidente, quello che siamo costretti a fare per procurarci un tozzo dimpane!".

" E la verità è questa: che era come se io non lo sapessi! Perché la cosa… sì, eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati; perché la cosa, signori giurati, era tacita, e nessuno dunque poteva venire a sostenermi in faccia che io lo sapevo. Ma nessuno era venuto mai a dirmelo, signor presidente; e io, a ogni buon fine, se mi capitava qualche volta di dover ritornare al paese in mezzo della settimana, mandavo aventi qualcuno per avvertirne mia moglie. L’uomo è uomo, eccellenza, e le donne sono donne. Certo l’uomo deve considerare la donna, che l’ha nel sangue d’essere traditora… ma la donna, da parte sua, deve considerare l’uomo, e capire che l’uomo non può farsi beccare la faccia dalla gente".