Prima Notte

 

Quattro camice,
quattro lenzuola,
quattro sottane,
quattro, insomma, di tutto.
E quel corredo della figliuola,
messo su, un filo oggi, un filo domani,
con la pazienza d’un ragno,
non si stancava di mostrarlo alle vicine.

- Roba da poverelli, ma pulita.

 

-  Vedi? Che cos’è? Pare un giardino, con tanti fiori… - aveva detto Mamm’Anto’ a Marastella, dopo la visita al camposanto. – Fiori che non appassiscono mai. E qui, tutt’intorno, campagna. Se sporgi un po’ il capo dal cancello, vedi tutto il paese ai tuoi piedi; ne senti il rumore, le voci… E hai visto che bella cameretta bianca, pulita, piena d’aria? Chiudi porta e finestra, la sera; accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un’altra.

Che vai pensando?

E le vicine, dal canto loro:
-  Ma si sa! E poi tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo di giorni, non ti farà più impressione. I morti, del resto, figliuola, non fanno male; dai vivi devi guardarti. E tu che sei più piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a una. Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona guardiana.

Quella visita lassù, nella bella giornata di maggio, era rimasta nell’animo di Marastella come una visione consolatrice, durante gli undici mesi di fidanzamento: a essa s’era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto, specialmente al sopravvenire della sera, quando l’anima le si oscurava e le tremava di paura.    

 

S'asciugava ancora le lacrime, quando don Lisi Chìrico si presentò su la soglia con due grossi cartocci su le braccia – quasi irricinoscibile.
   - Madonna! - gridò Mamm’Anto’. 
   - E che avete fatto, santo cristiano?
   - Io? Ah sì… La barba… 
   - rispose don Lisi con un sorriso squallido che gli tremava smarrito sulle larghe e livide labbra nude.
Ma non s’era solamente raso, don Lisi: s’era anche tutto incicciato, tanto ispida e forte aveva radicata la barba in quelle gote cave, che or gli davano l’aspetto d’un vecchio capro scorticato.

 

 

Don Lisi accorse per chiudere la porta. Ma subito, allora, Marastella, rabbrividendo e restringendosi nell’angolo tra la porta e il muro, gli gridò:

-  Per carità, non mi toccate!

Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.

- Non ti toccavo, - disse. – Volevo richiudere la porta.- No, no, - riprese subito Marastella, per tenerlo lontano. – Lasciatela pure aperta. Non ho paura!

Marastella non si mosse dall’angolo in cui s’era ristretta. Lisi Chìrico si recò lentamente a richiudere il cancello; stava per rientrare, quando se la vide venire incontro, come impazzita tutt’a un tratto.
Dov’è, dov’è mio padre? Ditemelo! Voglio andare da mio padre.

- Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, - le rispose egli cupamente.

Andiamo. Non c’è bisogno di lanternino.

C’è la lanterna del cielo.

E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo fiorite. Spiccavano bianche tutt’intorno, nel lume della luna, le tombe gentilizie e nere per terra, con la loro ombra da un lato, come a giacere, le croci di ferro dei poveri.
Più distinto, più chiaro, veniva dalle campagne vicine il tremulo canto dei grilli e, da lontano, il borboglio del mare.

- Qua, - disse il Chìrico, indicando una bassa, rustica tomba, su cui era murata una lapide che ricordava il naufragio e le tre vittime del dovere.

- C’è anche lo Sparti,- aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio innanzi alla tomba, singhiozzante.

- Tu piangi qua… io andrò più in là; non è lontano…

La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su l’altipiano. Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d’un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d’aprile.

Don Lisi, chino su la fossa della prima moglie, singhiozzava:

- Nunzia’, Nunzia’, mi senti?

 

 

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