La mosca

 

Il signor dottore, Sidoro Lopicollo, scamiciato, spettorato, con una barbaccia di almeno dieci giorni su le guance flosce, e gli occhi gonfi e cisposi, s’aggirava per le stanze, strascicando le ciabatte e reggendo su le braccia una povera malatuccia ingiallita, pelle e ossa, di circa nove anni.

La moglie, in un fondo di letto, da undici mesi; sei figlioli per casa, oltre a quella che teneva in braccio, ch’era la maggiore, laceri, sudici, inselvaggiti; tutta la casa, sossopra, una rovina: cocci di piatti, bucce, l’immondizia a mucchi sui pavimenti; seggiole rotte, poltrone sfondate, letti non più rifatti chi sa da quanto tempo, con le coperte a brandelli, perché i ragazzi si spassavano a far la guerra su i letti, a cuscinate; bellini!

-  Che volete?
Parlò Saro Tortorici, ancora affannato, con la berretta in mano.

-  Signor dottore, c’è un poverello, nostro cugino, che sta morendo…
-  Beato lui! Sonate a festa le campane! – gridò il dottore.
-  Ah, nossignore! Sta morendo, tutt’a un tratto, non si sa di che. Nelle terre di Montelusa, in una stalla.
Il dottore si tirò un passo indietro e proruppe, innferocito:
- A Montelusa?
- Dieci miglia a piedi? Voi siete pazzi! La mula! Voglio la mula. L’avete portata?
- Corro subito a prenderla,- s’affrettò a rispondere il Tortrici. – me la faccio prestare.

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Nessuno lo sapeva, e intanto la morte era lì, ancora; così piccola, che si sarebbe appena potuta scorgere, se qualcuno ci avesse fatto caso.
C’era una mosca, lì sul muro, che pareva immobile; ma a guardarla bene, ora cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le due esili zampine anteriori, stropicciandole fra loro, come soddisfatta.
Il Zarù la scorse e la fissò con gli occhi.
Una mosca.
Poteva essere stata quella o un’altra. Chi sa?...
Poteva essere questa?
La vide ad un tratto spiccare il volo e si voltò a seguirla con gli occhi.
Ecco era andata a posarsi sulla guancia di Neli. Dalla guancia, lieve lieve, essa ora scorreva, in due tratti, sul mento, fino alla scalfitura del rasojo, e s’attaccava lì, vorace.
Giurlannu Zarù stette a mirarla un pezzo, intento assorto. Poi, tra l’affanno catarroso, domandò con una voce da caverna:
-  Una mosca, può essere?
-  Una mosca? Perché no? – rispose il medico.

 

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A un tratto! Neli come se finalmente si sentisse pinzato, alzò una mano, cacciò via la mosca e con le dita cominciò a premersi il mento, sul taglietto.
Si voltò al Zarù che lo guardava e restò un po’ sconcertato vedendo che questi aveva aperto le labbra orrende, a un sorriso mostruoso. Si guardarono un po’ così. Poi il Zarù disse, quasi senza volerlo:
- La mosca.
Neli non comprese e chinò l’orecchio.
- Che dici?
- La mosca, - ripetè quello.
- Che mosca? Dove? – chiese Neli, costernato, guardando il medico.
- Lì, dove ti gratti. Lo so sicuro! – Disse il Zarù. Neli mostrò al dottore la feritina sul mento:
- Che ci ho? Mi prude…
Nel rivoltarsi verso il muro, rivide la mosca, lì di nuovo.
   Eccola.

Ora cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le due esili zampine anteriori, stropicciandole fra loro, come soddisfatta.

 

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